
«Sono in carcere e non mi sono mai sentita così libera».
È una frase che colpisce e disorienta e, soprattutto, interroga l’intera società.
È da questo apparente paradosso che, lunedì 9 marzo, ha preso avvio il convegno “Libere Ristrette – La vittimizzazione delle donne detenute”, presso l’Aula Polifunzionale del Palazzo di Giustizia. Un momento di confronto promosso dal Ministero della Giustizia, dalla Corte d’Appello di Brescia, da Fraternità Sistemi, dal Centro Antiviolenza Butterfly e dal Centro Antiviolenza Casa delle Donne, con la collaborazione del Comune di Brescia, per portare alla luce una realtà spesso invisibile: quella delle donne detenute che, prima ancora di essere autrici di reato, hanno vissuto storie di violenza, dipendenza o marginalità all’interno di relazioni tossiche.
Al centro dell’incontro, il progetto Libere Ristrette, attivo nella sezione femminile dell’istituto penitenziario di Brescia-Verziano, che attraverso percorsi di ascolto, sostegno alla genitorialità e collaborazione con i centri antiviolenza accompagna le donne in un percorso di consapevolezza e ricostruzione personale.
Le testimonianze: percorsi di consapevolezza e rinascita
Il momento più intenso del convegno è stato quello delle testimonianze, introdotte dalla referente giuridico pedagogica di Verziano Roberta Bianca Scabelli. Tre donne che hanno attraversato il carcere hanno, infatti, scelto di raccontare la propria storia, restituendo un’immagine complessa e spesso poco conosciuta della detenzione femminile.
Francesca ha parlato del peso della distanza dalle figlie e della difficoltà di vivere la maternità dietro le mura del carcere. Attraverso il percorso di sostegno alla genitorialità e il laboratorio di teatro sociale, ha comunque potuto vivere il legame con le proprie figlie e ritrovare la dimensione famigliare anche una volta fuori dal carcere. Nelle sue parole, emerge il senso di colpa, con cui spesso le donne detenute convivono, per non poter esser presenti nellaa vita dei figli. Proprio il percorso iniziato a Verziano prosegue anche all’esterno, grazie al supporto di un Centro Antiviolenza, per comprendere le dinamiche di dipendenza che l’hanno portata a deviare rispetto al suo percorso di vita.
Lara ha raccontato invece una storia segnata da relazioni violente e da un progressivo isolamento che l’ha portata a entrare in circuiti di illegalità. A Verziano, grazie all’incontro con operatori e percorsi di ascolto, ha trovato uno spazio in cui poter finalmente raccontare la propria storia senza sentirsi giudicata. Un passaggio che ha segnato l’inizio di un percorso di consapevolezza e di ricostruzione della propria identità.
Jasmine, madre di tre figli, ha ricordato come la sua vita sia stata segnata fin dall’infanzia da perdita, abbandono e violenza. Anche lei, nel carcere di Verziano ha incontrato operatori e educatori che hanno saputo ascoltarla nonostante un iniziale atteggiamento di chiusura, accogliendola e accompagnandola in un percorso di responsabilità, di consapevolezza e di ripresa. Oggi parla della volontà di ricostruire la propria vita e di poter tornare a essere la madre che desidera essere per i suoi figli.
Testimonianze diverse, ma unite da un elemento comune: il bisogno di essere ascoltate e riconosciute come persone, non solo come autrici di un reato, ma anche di affrancarsi da vissuti segnate da relazioni tossiche, senza le quali, probabilmente, tutta la loro storia sarebbe stata diversa.
Il carcere femminile tra giustizia, violenza di genere e percorsi di ricostruzione
Accanto alle testimonianze, il convegno ha visto gli interventi delle istituzioni e degli operatori che quotidianamente lavorano all’interno del sistema penitenziario e dei servizi territoriali.
La presidente della Corte d’Appello di Brescia, Giovanna Di Rosa, ha ricordato come spesso sia difficile riconoscere il ruolo di vittima nelle donne autrici di reato. Molte di loro, infatti, hanno alle spalle storie di violenze, abusi o relazioni profondamente squilibrate. Studi e documenti internazionali, come le indicazioni delle Nazioni Unite, evidenziano da tempo la necessità di tenere conto di queste esperienze nel percorso giudiziario e penitenziario, attraverso strumenti di analisi e supporto specifici.
Dopo i saluti del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello, Guido Rispoli, la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Monica Cali, ha sottolineato la complessità delle biografie delle donne detenute e l’importanza di non ridurre mai una persona al reato commesso. Il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, ha ricordato, richiede proprio questo: la capacità di vedere oltre l’errore e di offrire percorsi che permettano alle persone di ricostruire la propria vita.
La direttrice degli istituti penitenziari di Brescia, Francesca Paola Lucrezi, ha spiegato come molti percorsi educativi a Verziano nascano dalla consapevolezza che non si possa parlare di giustizia riparativa senza prima affrontare una riparazione personale. Molte delle donne detenute, ha osservato, hanno vissuto relazioni di dipendenza, marginalità o violenza che hanno limitato la loro libertà di scelta.
Per l’assessora del Comune di Brescia Anna Frattini, la condivisione delle storie personali rappresenta uno strumento potente per costruire percorsi di uscita dalle situazioni di violenza e di fragilità. Raccontarsi non è mai semplice, ma è spesso il primo passo per immaginare una vita diversa. L’assessora ha, inoltre, lanciato una sfida, ovvero partire dal patrimonio di conoscenza ed esperienza che Brescia ha, grazie al lavoro negli istituti di pena, per capire quali sono le dinamiche che portano gli uomini a delinquere molto più delle donne, spesso corree di partner violenti che “protagoniste” del crimine.
Un contributo fondamentale è arrivato anche dagli operatori coinvolti nel progetto. L’educatrice dell’istituto di Verziano ha evidenziato come nelle storie delle donne detenute emerga frequentemente una dimensione di vittimizzazione che orienta comportamenti e scelte. Proprio per questo è fondamentale un lavoro di rete tra istituzioni, operatori penitenziari, servizi sanitari, centri antiviolenza e terzo settore.
La referente di Fraternità Sistemi, Carla Coletti, ha raccontato come il progetto sia nato dall’esperienza del laboratorio di teatro sociale, che ha creato uno spazio di relazione più autentico tra operatori e detenute. Da lì sono nati percorsi di sostegno alla genitorialità, incontri di ascolto e collaborazioni con i centri antiviolenza del territorio, fino alla costruzione di una rete stabile di intervento all’interno del carcere.
Un’installazione per continuare il dialogo
Il convegno non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso di sensibilizzazione più ampio. Dal 9 marzo, infatti, un’installazione dedicata al progetto Libere Ristrette accoglie le persone che entrano nel Tribunale di Brescia, portando all’interno di un luogo istituzionale le parole e le storie delle donne detenute.
L’obiettivo è quello di continuare a generare consapevolezza su una realtà spesso invisibile e di promuovere una riflessione pubblica sul tema della detenzione femminile, della violenza di genere e dei percorsi di ricostruzione personale.
Nei prossimi mesi l’installazione sarà ospitata anche in altri luoghi istituzionali e in particolare nelle università, per coinvolgere studenti, operatori e cittadini in un confronto che riguarda l’intera società, perché le storie emerse a Verziano, grazie anche al contributo di Fraternità Sistemi, ricordano che dietro ogni reato esiste una biografia complessa e che comprendere queste storie è il primo passo per costruire percorsi di giustizia e di reintegrazione realmente efficaci.