
Le parole delle donne detenute sono uscite dal carcere per entrare nei luoghi della formazione, del confronto e della comunità. È questo il cuore del convegno “Libere Ristrette – La vittimizzazione delle donne detenute”, ospitato nella sede di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia il 25 maggio e promosso da Fraternità Sistemi, con il coinvolgimento di Ministero della Giustizia, del Comune di Brescia, dei due centri antiviolenza di Brescia, Butterfly e Casa delle Donne, di Università degli Studi di Brescia, di Regione Lombardia e dei partner territoriali che collaborano al progetto.
«Far uscire queste testimonianze dal carcere significa aiutare la comunità a guardare con maggiore consapevolezza a realtà spesso invisibili», ha sottolineato Andrea Zenoni, presidente di Fraternità Sistemi. «L’università è un luogo capace di creare ascolto, confronto e nuove relazioni tra il carcere e la società: per questo, siamo lieti di questa nuova collaborazione».
Il progetto nato nel carcere di Verziano
Al centro dell’incontro il progetto “Libere Ristrette”, nato all’interno della sezione femminile della Casa di Reclusione di Verziano e sviluppato negli anni attraverso laboratori, percorsi educativi, gruppi di ascolto e attività dedicate alla genitorialità e alla rielaborazione delle relazioni violente.
Un lavoro costruito partendo dall’ascolto delle detenute e dalla convinzione che il carcere non possa limitarsi alla sola dimensione punitiva. La direttrice degli Istituti Penitenziari di Brescia, Francesca Paola Lucrezi, ha sottolineato come «tutti gli operatori, con un approccio alla rieducazione che la Costituzione ci chiede di compiere, fanno la differenza tra un lavoro routinario e stereotipato e la capacità di andare oltre, guardando dentro il problema».
Un approccio che significa anche superare lo stigma legato al reato: «Non perché chi ha commesso un reato sia sbagliato in toto», ha aggiunto Lucrezi, richiamando l’attenzione sulla necessità di riconoscere la complessità delle persone detenute, soprattutto nel contesto femminile, «mondo emarginato nell’emarginazione penitenziaria».
Durante il confronto si è parlato anche delle fragilità giovanili e della violenza di genere. «La violenza è democratica, non conosce distinzioni», è stato ricordato nel corso dell’incontro, evidenziando come molte delle storie raccolte all’interno del progetto siano attraversate da esperienze di abuso, dipendenza affettiva e marginalità sociale.
Durante il convegno è stato presentato anche il lavoro della Clinica del lavoro del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Brescia, impegnata nei percorsi di alfabetizzazione giuridica e di supporto ai diritti legati al lavoro e alla previdenza sociale per detenuti e detenute.
La borsa realizzata dalle detenute di Bollate: una rete che cresce
Particolarmente significativo il momento dedicato alle protagoniste del progetto, alle quali è stata donata una borsa di tela realizzata dalle donne detenute del carcere di Bollate, riunite nell’associazione Alice. Un gesto simbolico ma concreto, che ha voluto unire esperienze diverse accomunate dalla volontà di costruire nuove opportunità attraverso il lavoro e la dignità personale.
Il convegno ha segnato anche l’avvio del percorso dell’installazione artistica, realizzata con le frasi raccolte dalle donne in stato di detenzione presso Verziano, che, da lunedì 25, è visibile nella sede di Giurisprudenza, ma che poi “viaggerà” anche nelle altre sedi di corso di laurea dell’ateneo. In questo viaggio itinerante, l’installazione si è arricchito di un nuovo contributo: un nnuovo quadretto con la frase “La speranza di essere libere, anche attraverso il lavoro, per ricordare chi eravamo ieri e scegliere chi vogliamo essere domani”.
«Negli anni abbiamo capito quanto fosse importante creare spazi in cui le donne potessero raccontarsi senza essere definite soltanto dal reato o dalla condizione detentiva», ha spiegato Carla Coletti, referente di Fraternità Sistemi per il progetto. «L’ascolto e la relazione diventano strumenti fondamentali per accompagnare percorsi di consapevolezza e ripartenza»